Entro il 2050, negli oceani ci sarà più plastica che pesci

Lo spiega il segretario generale dell’Onu

L’attività umana ha un impatto devastante sull’ambiente, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi habitat, e i disastri climatici degli ultimi tempi ce lo stanno dimostrando.

Anche gli oceani ne soffrono, con le loro isole di plastica galleggianti, divenute veri e propri microcontinenti. Eppure dovremmo avere una cura particolare nel preservarli, dal momento che gli oceani forniscono il 50% dell’ossigeno sulla Terra: da essi dipende la nostra sopravvivenza.

Gli oceani coprono il 70% del globo e forniscono nutrimenti essenziali a miliardi di persone, eppure l’inquinamento e il cambiamento climatico che continuano a danneggiare le acque hanno creato un’emergenza oceanica non più rimandabile. Così parla il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres alla conferenza sugli oceani a Lisbona:

“Quando vediamo la Terra dallo Spazio, apprezziamo davvero di vivere su un pianeta blu. L’oceano ci collega tutti ma purtroppo abbiamo dato l’oceano per scontato e oggi dobbiamo affrontare quella che definirei un’emergenza per gli oceani. Dobbiamo invertire la rotta

“Non possiamo avere un pianeta sano senza un oceano sano”

Già nel 2016 un rapporto del World Economic Forum aveva lanciato l’allerta: se continuiamo a produrre (e a non smaltire) plastica ai ritmi previsti, nel 2050 la plastica supererà il pesce.

Secondo il rapporto, l’uso mondiale della plastica è aumentato di ben 20 volte negli ultimi 50 anni e si prevede che raddoppierà ancora nei prossimi 20 anni. Entro il 2050, produrremo più del triplo di plastica rispetto al 2014.

Nel frattempo, abbiamo fatto un pessimo lavoro nello smaltimento e riciclo: circa un terzo di tutta la plastica prodotta sfugge ai sistemi di raccolta, per poi finire a galleggiare in mare o nello stomaco di qualche uccello ignaro. Ciò equivale a circa 8 milioni di tonnellate metriche all’anno: cinque sacchetti pieni di plastica per ogni metro di costa nel mondo.

La strada formulata da Guterres prevede un maggiore investimento nelle energie rinnovabili e una gestione più sostenibile degli oceani. Attualmente oltre 3,5 miliardi di persone dipendono proprio dai mari per la loro sicurezza alimentare, mentre 120 milioni lavorano direttamente in attività legate alla pesca e all’acquacoltura, in particolar modo dei Paesi con economie sottosviluppate o in via di sviluppo.